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Social Museum: il museo virtuale degli oggetti usati
Mercoledì 10 Giugno 2015
Giulia Giarola

La settimana scorsa abbiamo visto l'evoluzione di un mondo particolare, quello dell'usato. E abbiamo scoperto che il suo valore, a differenza del nuovo, non è dettato dai soldi, ma dalle storie che lo accompagnano. Oggi scopriremo un luogo virtuale che raccoglie quelle storie: il Social Museum.

E così l'usato si trasforma in una sorta di menestrello moderno, ci racconta attraverso gli oggetti una trama personale, singolare e ricca d'affetto.

Nella nostra casa, se ci guardiamo attorno, sicuramente troveremo qualcosa che ci accompagna da molti anni, addirittura dall'infanzia, o che ci è stato tramandato da una persona cara. Non ha un prezzo, e nemmeno glielo vogliamo dare. Perché il suo valore va al di là del denaro, è ciò che il nostro amore verso di lui ha portato a galla negli anni.

Chi lavora nel settore dell'usato vuol proprio far capire questi semplici e genuini concetti: la peculiarità di un mondo che vale la pena conoscere. Perché l'usato è ecologico e conveniente, ma soprattutto è unico e prezioso, in quanto veicolo di significati profondi.

E c'è chi si sta impegnando con tutto il cuore per diffondere le storie che stanno dietro agli oggetti usati. Un esempio? il Social Museum di Spazio Riuso, ideato da Lenia Messina, titolare di un negozio dell'usato dedicato ai bambini: Baby Bazar Mestre.

Parlaci di questo Social Museum, di cosa si tratta? “È una raccolta di oggetti che raccontano la propria storia. L'idea è quella di fare una comunicazione e sviluppare una cultura attenta ai valori d'uso degli oggetti, contro la pubblicità del nuovo. Non esiste la pubblicità per gli articoli di seconda mano, ma siamo tartassati da quella dedicata ai prodotti nuovi: costosi, inutili, dannosi per l'ambiente, che fanno arricchire pochi e impoverire molti. L'usato invece si adatta alla vita e alle sue manifestazioni più libere, ecco perché vale la pena conoscerlo meglio”, afferma Lenia.

Insomma, il Social Museum si pone come una stanza delle meraviglie, un museo virtuale nel quale gli oggetti si smaterializzano e si fanno narrazione. All'interno di questa pagina, cuore pulsante di Spazio Riuso, si possono trovare pezzi esclusivi insieme alla loro biografia. Ed è proprio qui, nel loro passato, che è racchiuso un valore straordinario.

Le origini, i passaggi di mano, gli imprevisti e i cambiamenti: un oggetto, dopo tanti anni, ha ancora molto da dare e sapere cos'ha trascorso lo rende quasi più reale. C'è chi dice che gli esseri umani si affezionano troppo alle cose, a volte però penso che non sia abbastanza, perché il nuovo ci ha schiavizzati e resi succubi di consumi frenetici e senza senso.

Se le persone imparassero a rispettare e a prendersi cura di ciò che possiedono, senza buttare via un oggetto al terzo utilizzo, ci sarebbero meno sprechi, meno inquinamento e molta più vita.

“Grazie alle storie del Social Museum – continua Lenia – le persone si avvicinano di più agli oggetti usati e imparano a vederli in modo diverso: non più come cose di poco valore, ma uniche e pregiate. Io per esempio mi sono affezionata alla storia di una tuba, perché non solo racconta uno squarcio di vita personale e affettiva, ma è esemplare di come l'usato assuma valore rispetto al contesto in cui è collocato”.

Il Social Museum, come accennavo prima, si trova su Spazio Riuso, il primo portale nazionale che guida ai luoghi e agli eventi dedicati al riuso degli oggetti. Un sito dedicato soprattutto alla diffusione e condivisione di contenuti culturali, sociali ed economici legati al riuso; e che si impegna ad accrescere nella gente la consapevolezza del valore del riuso, perché un oggetto riutilizzato è un rifiuto evitato.

Esiste un rapporto concreto tra il mondo delle cose e il mondo delle persone. Un legame che l'usato mette in evidenza grazie alle sue testimonianze. E il Social Museum, ideato da Lenia, vuole raccontare a tutti quelle storie, con l'obiettivo di sfatare il mito della perfezione del nuovo, perché la vera perfezione può essere in un coniglietto di ceramica di 57 anni, che ha perso le zampette ma non il suo sorriso.


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Ciò che fino a oggi ha limitato la vendita dell’usato è stato un problema di percezione.
Quando una persona va al ristorante non si pone la questione se il piatto in cui mangia sia stato utilizzato da qualcun altro.
Eppure se lo chiede quando acquista un abito o un mobile di seconda mano.
Ma è palpabile l’evoluzione verso questo nuovo stile di vita.
Alessandro Giuliani
su Il Salvagente


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